Chianti Classico, è il nome di una delle regioni vinicole più famose d’Italia. I suoi vigneti sono arrampicati sulle colline fra le città di Firenze a Nord e Siena a Sud. È stata una delle prime zone vinicole a ricevere una delimitazione ufficiale. Un editto emanato nel 1712 da Cosimo III, Granduca di Toscana delimitava i confini dell’area del Chianti Classico nel tentativo di preservare i vini e regolarne la produzione proteggendola da frode. La bozza di legge comprendeva le città storiche di Greve, Panzano, Radda, Gaiole e Castellina. Questo primo documento fu seguito nel 1924 dalla fondazione del “Consorzio per la difesa del vino del Chianti e del suo simbolo d’origine”.
Tale provvedimento fu reso necessario dal successo del Chianti all’estero. La domanda, infatti, superava l’offerta e cominciarono a spuntare imitazioni dappertutto.
Nel 1932 una commissione governativa, più tardi nota come Commissione Dalmasso, fu mandata da Roma in Toscana per delimitare la regione originale del Chianti Classico secondo la proposta del consorzio. Nonostante questo rappresentasse un riconoscimento ufficiale della zona del Classico, il Consorzio aveva ben poco di cui gioire, giacché la commissione aveva deciso di ampliare la zona del Chianti aggiungendovi altre sei zone: quindi ora anche a Montalbano, Rufina, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colli Arentini e Colline Pisane ed altre zone periferiche anch’esse aggiunte dalla commissione, era permesso etichettare i loro prodotti vinicoli con il prestigioso nome Chianti (senza il suffisso “Classico“).
Quindi, in pratica: anziché proteggere la zona, (intento primo del Consorzio originale) la commissione ne ampliò la dimensione a più del doppio. Questa generosità nella demarcazione da parte della commissione Dalmasso è dovuta al fatto che i criteri presi in considerazione non furono geografici, geologici, storici e viticulturali ma piuttosto di similitudine nei metodi enologici. Nonostante la regione del Chianti Classico abbia nel Sangiovese la sua varietà autoctona di uva rossa, il disciplinare del tempo consentiva una certa elasticità nelle varietà accettabili per la vinificazione.
Diceva che le uve per il Chianti Classico dovevano essere dal 50 all’80% Sangiovese, complementato da Canaiolo e dalle varietà bianche Malvasia e Trebbiano. Sebbene l’aggiunta di varietà bianche in un vino rosso causi quasi sempre una diluizione (e certamente nelle proporzioni ammesse da questa legge) la decisione della commissione venne vista come una diretta corrispondenza alla situazione dei vigneti dove si potevano trovare diverse varietà spesso nello stesso appezzamento.
L’inclusione delle varietà bianche fu giustificata citando la “ricetta Ricasoli”.
Il barone di Ricasoli, proprietario nel 19˚ secolo di una delle tenute più importanti della regione del Classico, nel 1872 scrisse in una lettera (poi ripetutamente citata) che il Sangiovese sarebbe stato più piacevole al palato se ammorbidito dall’aggiunta di uve bianche. Purtroppo nel prendere in considerazione le parole del barone, si soprasedette completamente sul fatto che egli raccomandava questo blend per la produzione di vini da consumo immediato e che le qualità Riserva, destinate a lunghi periodi in cantina, non dovrebbero mai contenere varietà bianche.
Nel 1963 si presentò un’altra opportunità per la protezione della regione del Classico, con l’introduzione da parte del governo di un sistema di origine controllata per i vini italiani simile al francese AOC. Questo fu implementato nel 1967 e l’intera regione, comprese le sei sottozone, ricevette la DOC o Denominazione di Origine Controllata. Ancora una volta non venne fatta alcuna distinzione fra la regione del Classico e le sei sottozone, il ché ledeva ulteriormente la reputazione del Chianti Classico.
Nel 1984 il governo introdusse nel regolamento DOC un altro livello, la DOCG che sta per Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Questo grado di qualità superiore veniva dato a vini prodotti secondo metodi controllati più severamente e sottoposti ad un esame organolettico e sensoriale (essenzialmente una degustazione).
Questo avrebbe potuto rappresentare un considerevole miglioramento, se non fosse stato per il fatto che il nuovo, più prestigioso sigillo non venne dato solo al Chianti Classico bensì a tutta la regione. Neanche a farlo apposta, il nuovo disciplinare che seguì l’introduzione del nuovo livello di qualità stabiliva regole più severe per il Chianti Classico che per le sei sottozone.
Finalmente, nel 1996 il buon senso ha avuto la meglio e il Chianti Classico ha ottenuto la propria DOCG e quindi è passato da sottozona del Chianti a regione autonoma. A questo decreto si è arrivati grazie all’emendamento 164 del 1992 (poi noto con il nome di emendamento Goria, dal suo istigatore) che stabiliva che il suffisso “classico” dovesse essere riservato esclusivamente alla zona originale, la quale avrebbe poi dovuto seguire una legislazione separata. Il regolamento ora prevedeva un aumento a 80% della percentuale minima di Sangiovese senza limite massimo. Le varietà bianche non erano più obbligatorie e sarebbero state completamente eliminate dall’annata del 2006.
Terreni e clima
A parte il vitigno del Sangiovese, protagonista principale nel rendere unico il Chianti Classico, un ruolo fondamentale appartiene al terreno, divisibile in due tipi ben distinti: il galestro, un terreno pietroso particolarmente povero formato da roccia frammentata e l’alberese, un misto di calcare e scisto. Una conformazione geologica alquanto problematica in un terreno agricolo, si dice infatti che i terreni del Chianti siano talmente poveri che l’unica cosa che vi cresce bene è la vite.
Nonostante la regione del Chianti Classico sia suddivisa in nove comuni (Greve in Chianti, San Casciano in Val di Pesa, Tavarnelle Val di Pesa, Barberino Val d’Elsa, Castellina in Chianti, Poggibonsi, Radda in Chianti, Gaiole in Chiant e Castenuovo Berardenga), finora è stato difficile identificare certe caratteristiche che i terroir possono impartire ai vini, come accade per esempio nel francese Medoc.
Certo è che l’analisi combinata dei singoli vigneti e della composizione esatta dei terreni su cui crescono è cominciata solo di recente. C’è anche da dire che, per quanto quest’uva debba essere l’ingrediente principale in qualsiasi vino che si voglia chiamare Chianti Classico, molti vini della regione sono miscele e non Sangiovese in purezza.
Un altro aspetto che gioca un ruolo importante nei diversi stili del vino è l’altitudine dei vigneti, che va da Relativamente bassa (250/300m sul livello del mare) nella zona di Greve, da cui si ottengono vini morbidi e rotondi, alla zona di Gaiole, che con altitudini fino a 450m sul livello del mare regala vini che tendono ad essere più eleganti e con valori di acidità maggiori. Tuttavia, con una sempre maggiore concentrazione da parte delle cantine sulla produzione di Chianti Classico 100% Sangiovese, in futuro dovrebbe essere possibile individuare più precisamente le caratterisrtiche comuni.
La regione del Chainti Classico è caratterizzata da un clima continentale ma mitigato dalla prossimità del Mare Mediterraneo. Gli inverni generalmente non sono molto rigidi, tranne che in cima alle colline più alte dove le temperature possono scendere considerevolmente.
Le estati possono essere calde ma con notevoli escursioni di temperatura fra il giorno e la notte. Le piogge cadono normalmente in primavera ed autunno e le precipitazioni, in quest’ultimo, rappresentano una minaccia per i terreni alti dove l’uva matura più lentamente rispetto a quelli più vicini al livello del mare, solitamente più caldi.
I vigneti più alti godono però di maggiore ventilazione e ciò riduce le malattie fungine ed il rischio di eccessiva maturazione che risulterebbe in vini alcolici dall’accentuato sapore di frutta cotta.
I cambiamenti climatici hanno colpito naturalmente anche la regione del Chianti Classico, eppure finora le osservazioni sembrano indicare non tanto un aumento delle temperatura ma piuttosto una maggiore irregolarità nella caduta di pioggia e grandine.